L’ARTISTA DIETRO ARTE DI PINO. Secondo appuntamento con Giuseppe Scelsa

Riportiamo di seguito la seconda parte dell’intervista fatta a Giuseppe Scelsa, l’artista dietro Arte di Pino (qui la prima parte). Nel corso della chiacchierata siamo andati più a fondo nel lavoro di Giuseppe, parlando dei materiali che utilizza; del tempo che occorre per portare alla luce i suoi pezzi d’arte fino ad arrivare a storie personali ricche di spunti di riflessione.

Hai portato numerose opere oggi qui nei nostri uffici di ITL Group. Quale di queste, ad esempio, nasce da un regalo fatto da un amico, un oggetto comune e quale è invece un oggetto industriale?

“Sono tutti regali fatti da amici, conoscenti o da situazioni in cui ho lavorato, collaborato. Forse la zappa ce l’avevo in casa per qualche motivo. Ad esempio, non ho mai comprato attrezzi da giardino, ho sempre riutilizzato materiali. Ho avuto la fortuna di tagliare il “Szilfa” che è un legno adatto per manici di utensili. È diventato quasi irreperibile in Europa. Ad una scuola agraria ho tagliato questi alberi gratuitamente, pur di avere questo materiale e ci facevo questi manici che sono indistruttibili.”

Ci sono dei modi in cui le aziende possono riutilizzare dei pezzi che non usano più? Che cosa suggeriresti alle aziende per valorizzare anche gli “scarti” del loro lavoro?

“Io, ad esempio, per fortuna ho ricevuto tanti oggetti da diverse aziende perché per loro è una soddisfazione vedere cose simpatiche e spesso le riporto negli uffici. Ad esempio, utilizzo le vernici scadute. È chiaro che tante cose si possono riutilizzare. Ben venga qualsiasi forma di “scarto” che mi stimoli la fantasia, tutto si trasforma nulla si distrugge.”

Hai un materiale che ti è più a cuore?

“Il legno è sempre stato la mia passione, Da hobby ho fatto il restauratore di mobili antichi, lavorando in bottega presso artigiani seri. Col passare del tempo, è diventato un lavoro. Il metallo però è più simpatico perché sbagliando è più facile aggiustarlo. Ma il legno è il mio preferito perché è vivo. Del metallo però mi piacciono le sue forme, quello che ci si può fare. È molto più “facile” da lavorare e dà più sfogo alla fantasia.”

Quanto tempo impieghi nella fase di pulizia e assemblamento?

“Lavoro più o meno a 3 o 4 pezzi contemporaneamente. Non potrei mai stare ad aspettare che un pezzo si asciughi, quindi devo a tutti i costi farne un altro. Può essere da 1 ora a 10 giorni, a 1 mese. C’è un robot su cui ci lavoro da 8 mesi e non lo sto terminando perché ancora non trasmette quello che voglio. Solo quando arriva all’”ottimale” per me è finito.”

Come capisci quando è l’”ottimale”?

“’É un sentimento, un’emozione, una cosa che provi da dentro. Quando ricevo quell’emozione per me il pezzo è finito.”

Ci sono oggetti che hai replicato? – chiede Alessandro Farina

“No, perché è come il primo amore. Sembra quasi tradirlo (ride). Non farò mai qualcosa di uguale, magari simile. Forse è anche proprio quello il bello, l’unicità dei miei pezzi d’arte.

Zsuzsa Scelsa (la moglie di Giuseppe) aggiunge: “Per me quello che è più interessante quando vedo Giuseppe creare, è che vedo il prima, il durante e il dopo. Nella fase di decidere cosa un pezzo diventerà ci sono sempre delle prove: giochiamo, giriamo i pezzi sottosopra. Mi preoccupo sempre, perché non so mai cosa mi porterà a casa. La cosa più sorprendente che ha portato erano state delle gambe che si utilizzano nei negozi di calzature. 3-4 gambe dal 37 fino al 41.”

Che cos’altro ci puoi dire di questi pezzi che ci hai portato oggi?

“Che non sono tra i miei preferiti (ride). Questi pezzi li ho portati per far capire che è questione di buttarsi, di non aver paura di cominciare, pulire, cercare di far rivivere una vecchia cosa. Di desiderare di farla rivivere. Ci sono tecniche molto semplici per manualità poco pratiche.

Da quando sei in Ungheria e come ci sei arrivato?

“Sono in Ungheria dal 1999. Prima sono stato In Inghilterra per il legame con la lingua e la cultura. Mi sono sempre sentito mezzo inglese perché chi mi ha cresciuto era una donna australiana, Jennifer, a cui sono molto legato, la moglie di mio padre. Lì ho lavorato nel turismo, ma ho continuato questa mia passione per il restauro. Nel giro di un anno e mezzo è diventato un vero e proprio lavoro, un’azienda di 5-6 persone che mi ha dato una soddisfazione enorme. Feci un contratto di restaurazione con il St. Mary’s College di Twickenham, mantenevo e restauravo le loro mobilie. La mia ditta si chiamava “Wood is nice, keep it so”. Bellissimo periodo.”

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Gianluca Bruno