Intervista a Gergely Bogányi: il pianoforte del futuro è ungherese

BUDAPEST (di Claudia Leporatti) – Un suono nella testa e non poterlo riprodurre: una sensazione frustrante, per un musicista.

 

Addirittura insostenibile, per Gergely Bogányi, che ha risolto il problema inventandosi il suo piano, uno strumento altamente innovativo ma che, a differenza dei piani contemporanei, riprende la tradizione. “Meglio che suoni, sono più bravo con i tasti che con le parole”, dice lui e si capisce subito che non si è montato la testa, nonostante in Ungheria lo chiamino la reincarnazione di Liszt. Senza dubbio nato per suonare, in realtà Bogányi è anche un piacevole interlocutore, dal linguaggio ritmato e pulito, proprio come la musica che è riuscito a far uscire dall’invenzione tutta ungherese che ha presentato ieri al Budapest Music Center con la partecipazione del jazzista Gerald Clayton, da New York, e che a marzo farà il suo primo viaggio all’estero, a Milano, dove rimarrà anche in occasione dell’Expo 2015.

Otto anni di lavoro con due amici ingegneri e il confronto instancabile con numerosi tecnici musicali. L’appartamento e il garage della piccola casa di Gergely a Vác, nei dintorni di Budapest, si trasformano in una fabbrica di pianoforti; dappertutto corde, pezzi di legno e componenti metallici. Il design finale è uno dei tanti motivi che rendono unico questo strumento, ed è funzionale alla fruizione del suono, non solo esteticamente appagante.
Come avete sostenuto i costi e, soprattutto, di quanto è stato l’investimento?
Inizialmente ho investito in prima persona, finché non abbiamo fondato una start-up, la Zengafons Kft., e iniziato la ricerca di fondi per le sperimentazioni necessarie. Era il 2012 e siamo riusciti ad ottenere una garanzia europea dall’Economic Development Operative Program, ricevendo circa 126 milioni di fiorini per proseguire nello sviluppo della struttura generale del piano. La società doveva però dispensare 77 milioni di fiorini dalle risorse interne, che non avevamo, almeno non per intero.
Che cosa avete fatto quindi?
Eravamo troppo coinvolti e convinti del valore dei risultati che avremmo raggiunto, quindi ci siamo rivolti alla Banca Centrale Ungherese per un finanziamento. Al progetto è stata riconosciuta una valenza di ampia portata, che ci è valsa 60 milioni di fiorini di finanziamento. A questo punto potevamo soddisfare i requisiti europei e mettere a punto il prototipo.
Che tipo di ricerche preparatorie hai effettuato?
Ho trascorso un numero di ore che non so quantificare con il mio registratore professionale, che porto sempre con me durante i miei viaggi. Ho ascoltato di tutto, cercando di trovare in ogni piano quel suono, quella consistenza, quella purezza. Ogni concerto risentiva di condizioni che impattavano sul piano: l’umidità, la polvere e via dicendo.
Qual’è stato il punto di svolta nei tuoi studi?
Direi che fondamentale è l’utilizzo della geniale intuizione ottocentesca di Lajos Beregszászy,che fu acquistata dalla fabbrica austriaca Bösendorfer. Installando un’agraffe nel ponte del piano rese possibile la risonanza che si desidera da uno strumento come il piano anche ai giorni nostri. Tuttavia il suo impegno nel rinnovare dall’Ungheria la traduzione del pianoforte non è stata proseguita dopo la sua morte, a mio avviso. Con questa ispirazione e insieme a un gruppo di ingegneri, grafici, artigiani e tecnici della musica, abbiamo potuto riprendere e spero dare un significativo contributo all’evoluzione dello strumento che amiamo.
Quando lo avete ultimato?
Il 31 agosto 2014. Pochi giorni fa, invece, abbiamo finito l’assemblaggio del primo piano vero e proprio che abbiamo presentato a Budapest il 20 gennaio, invitando anche un famoso jazzista da New York.
Lo hanno chiamato il “piano umano” come mai?
Il mio strumento nasce dal bisogno di trasmettere ciò che il musicista ha dentro di sé, riducendo il più possibile il rumore delle componenti meccaniche del piano. La tastiera permette un suono limpido, un fluire ininterrotto che parte dalla testa del pianista e arriva al pubblico senza intermediari. Il piano diventa un tutt’uno con chi lo suona.
In che cosa si differenzia il vostro pianoforte?
Sono stati modificati 17 aspetti dei piani ordinari. Ne menziono due, per non scendere in aspetti troppo complessi per i non addetti: la sua struttura di base è ricca e dispone di 90 chiavi invece che di 88, una decisione artistica dovuta all’esistenza di composizioni musicali che richiedono queste due note aggiuntive sulla tastiera. La nuova tastiera, che utilizza la fibra di carbonio ma non è questa la vera novità del nostro strumento, e l’agraffe, del tutto ricostruita, sono tra gli elementi fondamentali che permettono una nuova percezione del suono.
Il risultato ti soddisfa?
Sì, pienamente. Il suono che desideravo era un suono molto diretto e pulito. Un suono più potente, che mancava negli strumenti di legno. Anche un ascoltatore non esperto di musica può verificare con le proprie orecchie come la qualità del suono di questo pianoforte sia pura, incontaminata. Lo trovo straordinariamente vicino ai piani tradizionali e d’altro canto versatile, adatto a tutti i tipi di musica, anche moderna.
Se potessi esprimere un desiderio, chi vorresti vedere ai tasti del tuo pianoforte?
Non ho un desiderio specifico, voglio aprire le porte a tutti.

Un primo parere lo ha già dato il jazzista Gerald Clayton (che potete sentire nel video qui sotto, dopo Bogányi): “Il suono è davvero unico e molto chiaro, limpido, come se fosse in fluire. Mi fa sentire come se fossi in una bolla speciale, forse nello spazio. Mi aiuta a restare connesso a quello che ho nella testa e che sto immaginando mentre suono. Quasi fosse me stesso, non un tramite”. 

Claudia Leporatti

Redazione

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