Intervista di Economia.hu a Zoltán Kovács, portavoce di Orbán

(di Claudia Leporatti) BUDAPEST – Kovács Zoltán non è un portavoce che scompare dietro la figura della persona che rappresenta.

 

Il responsabile dei rapporti con i media internazionali del secondo governo Orbán si espone pubblicamente in più modi, anche con un uso abbastanza spregiudicato dei social media -Twitter su tutti – e dialogando apertamente con il pubblico, così come con gli altri attori sulla scena politica e diplomatica ungherese.

Gentile, estremamente determinato, non vacilla mai, questa l’impressione che dà Kovács, uno dei volti noti del secondo mandato consecutivo del governo Fidesz. Dal vivo, durante l’intervista, non si smentisce.
Il suo telefonino suona. “Mi scusi, è solo un Tweet”. Sono entrata nel suo ufficio mentre usciva una troupe televisiva internazionale e il nostro tempo è cronometrato: il prossimo incontro in agenda è tra cinquanta minuti.

Quali delle sue qualità pensa abbiano favorito la sua nomina a portavoce internazionale?
Ho un carattere molto particolare e in più sono un politico, a differenza per esempio del mio predecessore in questo ruolo, Ferenc Kumin, un ottimo “reacting guy”. Penso di avere molta intraprendenza. Ho già fatto per oltre due anni questo lavoro a partire dal 2010, quindi possiamo dire che sono tornato. (Tra il 2010 e il 2013 il suo titolo era diverso più nel nome, Ministro di Stato per le Comunicazioni del Governo e le Pubbliche Relazioni, che nei compiti, ndr).

Di che cosa si è occupato, nel frattempo?
Sono stato Ministro dell’Integrazione Sociale, nonostante non sia un esperto in questo campo, perché le questioni di cui dovevo occuparmi erano legate soprattutto alla negoziazione. Ad aprile sono stato chiamato a ricoprire questo ruolo con l’indicazione di essere più proattivo.

Come mai questa precisazione?
Credo sia perché la comunicazione internazionale adesso è più importante che mai, per l’Ungheria. Interagisco molto anche con i media oltreoceano, ovviamente.

In pratica non dorme mai?
In effetti è un impegno 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Se devo rilasciare un’intervista alla CNN devo rispettare il loro fuso orario naturalmente. In più viaggio molto.

Il suo carico di stress deve essere ai massimi livelli. Come lo gestisce?
Amo correre e quando trovo il tempo mi piace farlo sulle colline di Buda, dove trovo aria fresca e tranquillità. Per il resto posso dire di amare il mio lavoro e di avere una missione in cui credo. Questo lo rende molto più leggero.

Al momento l’Ungheria gode, nel bene e nel male, di alta attenzione da parte della stampa internazionale. Era così anche prima o si parlava di Ungheria sono in casi straordinari, come i fatti del 2006?
Sono uno storico specializzato in questioni legate agli stereotipi nazionali, che sono qualcosa che lavora dietro le quinte, possiamo dire, creando l’impressione che poi viene consegnata dai media. L’Ungheria ha un’immagine molto basica: gli ungheresi amano la libertà, lotte per la libertà, il ’56, cose del genere. In molti aspetti l’Ungheria non è diversa dagli altri Paesi. C’è stato una svolta, credo nel 2002, perché le decisioni fatte dal governo socialista che fu eletto dopo il primo governo Orbán, portarono alto impiego e una buona situazione economica. Ma di lì al 2006 il Paese era quasi vicino alla bancarotta e proprio quel 2006 è diventato un simbolo per la comunicazione politica ungherese. L’ammissione di Ferenc Gyurcsány di aver mentito sulle risorse del governo ha chiaramente portato alla nascita dell’antipolitica. L’”idiozia” di quel governo ha portato a una reazione di una brutalità insolita per l’Ungheria, dove non siamo abituati a vedere episodi violenti nelle strade. Ritengo dunque questo il vero punto di svolta per l’Ungheria e la sua immagine nel mondo. Nel 2008 la crisi economica ha colpito duramente il Paese, ma non ha fatto altro che accelerare un declino già in atto. L’inizio di una nuova era, negativa a mio giudizio, ha portato al bisogno di qualcosa di nuovo.

E quindi arriviamo al 2010?
Esatto. La nostra proposta è stata vincente perché volta a fare qualcosa di innovativo, non solo diversa dall’era Gyurcsány, ma anche da qualsiasi altra esperienza politica in Europa. Nel 2010 è stato un allontanamento del Paese dall’usuale modo di gestire le cose economicamente in Europa. Quello che abbiamo raggiunto, parlo di risultati concreti, era imprevedibile. Nessuno ci credeva. L’attenzione, per tornare alla domanda iniziale, è dovuta a questo. Al fatto che abbiamo raggiunto un’economia solida, attraverso miglioramenti fattivi e che stiamo lavorando sodo per risollevare l’occupazione. L’immagine dell’Ungheria esiste già, per cui è un interessante processo psicologico cercare di renderla più aderente alla realtà.

A quale modello economico avete fatto riferimento, se ce n’è uno?
A nessuno, credo. Il nostro è il modello ungherese ed è nato adesso per questo tempo, tenendo conto della situazione economica che abbiamo rilevato. Questo ha richiesto coraggio, non essendoci alcuna garanzia di successo, ma penso possiamo andare soddisfatti di quello che stiamo facendo.

Cosa può dire delle accuse di corruzione, arrivate come conseguenza del caso Vida?
Questo è diventato un argomento di primaria importanza non in base ai fatti, ma alla narrativa che è stata costruita intorno all’argomento. Quindi è molto difficile combattere questi attacchi, visto che siamo dal lato della difesa. Dobbiamo invece reagire ribaltando la prospettiva e portandoci in posizione di attacco.

In che senso “attacco”?
Intendo dire che dovremmo essere in grado di dire le cose in modo reale, come stanno. La situazione è simile al 2010-2011: avevamo ottime ragioni per introdurre misure fiscali straordinarie e per riscrivere la Costituzione. Serviva una spinta per rinnovare l’economia, anche tramite la flat tax del 16% sui redditi e via dicendo. Dietro ognuna di queste tappe c’è una ragione e guardando dietro a tali passi, si può vedere un sistema. E’ come aver rinnovato una casa: non abbiamo distrutto l’abitazione, rimane la stessa, ma servivano nuovi impianti.

Cosa è successo con la tassa su Internet?
Innanzitutto chiariamo un punto fondamentale: non era una tassa su Internet. L’oggetto stesso della protesta non sussiste, trattandosi solo di un emendamento alla legge sulla tassa delle telecomunicazioni, in vigore da oltre 3 anni. In politica, tuttavia, non sei mai da solo. Anche se abbiamo vinto tre elezioni quest’anno, possono emergere delle correnti contrarie.

La politica ungherese è in crisi?
Non vedo in Ungheria una crisi politica in questo momento, ma il tentativo di far sembrare che ci sia. In modo più diretto posso dire che la sinistra tenta di comunicare l’esistenza di questa crisi, ma semplicemente non c’è. Ci sono solo molte persone frustrate dopo il 2010, per la sconfitta socialista. Trovare alcune migliaia di persone insoddisfatte non è dunque un problema. Da qui a creare un vero movimento civile la strada da fare sarebbe davvero tanta. Quella della cosiddetta “Internet Tax” è stata una questione cercata e sollevata dai cosiddetti civili, che odiano il governo.

Come avete chiarito che non è un’Internet Tax allora?
Non c’è stato bisogno di farlo, perché non lo era! Le tariffe sul flusso di dati sono state introdotte negli Stati Uniti nel 1998, non sono fuori dal mondo come vogliono far credere. La tassa sulle telecomunicazioni è attiva dal 2010 e sta funzionando come previsto e, come le altre misure settoriali introdotte all’epoca, impatta sui profitti dei fornitori, non sugli utenti. Il contenuto della dimostrazione non era la tassa. Il vessillo era quello della libertà: si parlava di controllo del flusso delle informazioni nella rete. Il ché è ancora più assurdo, primo perché chiunque può già farlo e in secondo luogo perché è impossibile controllare una simile massa di contenuti. L’argomento quindi è inconsistente, ma d’altronde serviva solo per avere una scusa. Se non questa di Internet avrebbero trovato un altro argomento per manifestare.

Claudia Leporatti

Redazione Economia.hu

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