“Ungheria, il Paese del populismo reale” (da Europa)

A due giorni dall’annuncio della data delle elezioni,

che si terranno l’8 aprile 2014, pubblichiamo parte dell’intervento di Matteo Tacconi, giornalista per diverse testate italiane, specializzato in Europa centrale ed orientale. L’articolo, uscito su Europa Quotidiano, fornisce un punto di vista sul governo ungherese degli ultimi quattro anni, in vista appunto della chiamata alle urne.

Di Matteo Tacconi, pubblicato su “Europa – I fari sono giustamente puntati sul voto europeo di maggio e sulla possibile slavina populista, più volte evocata a varie latitudini. Ma questa primavera c’è un altro appuntamento elettorale che avrà una certa eco mediatica: le legislative in Ungheria.

Primo perché l’Ungheria, in questi anni, è stato un incredibile laboratorio politico-economico, con il primo ministro Viktor Orbán che ha messo in campo una risposta tutta sua alla crisi economica, fondata su conservatorismo e statalismo. Secondo perché lo stesso Orbán si confermerà con ogni probabilità al potere. I sondaggi indicano che potrebbe vincere con le stesse massicce percentuali che ottenne nel 2010. Allora il suo partito, la Fidesz, agguantò un clamoroso 52,73% e fece suoi più dei due terzi dei seggi parlamentari. Ma non basta. C’è chi calcola che sulla base della nuova legge elettorale, che diminuisce sensibilmente il numero dei parlamentari (da 386 a 199) e abolisce il doppio turno, la formazione di Orbán, dovesse incassare lo stesso risultato di quattro anni fa, si ritroverebbe a controllare i tre quarti dell’emiciclo.

A prescindere dalle proiezioni, è già da ora evidente che Orbán, lungo la via, è riuscito a mantenere alto il consenso. Ci si chiederà perché, se è vero che nel corso della legislatura che sta terminando il governo ungherese ha approvato misure ampiamente criticate, tanto in patria (numerose le proteste di piazza) che a Bruxelles. La nuova Costituzione e le norme sui media hanno ristretto – così i critici – la sfera delle libertà civili e di stampa, mentre la banca centrale è stata privata di una fetta d’autonomia. Ma ci sono molti altri provvedimenti, come quelli sui senzatetto o sulla cittadinanza per gli ungheresi all’estero o ancora, sui lavori socialmente utili appaltati ai rom (molti li bollano come una corvè discriminatoria), che hanno scatenato la polemica.

Davanti a tutto questo, e malgrado tutto questo, l’elettorato di Orbán ha tenuto ferma la barra, continuando a mostrare fiducia verso il progetto squadernato dal primo ministro nella campagna elettorale del 2010. Un progetto, come si diceva, fondato sul conservatorismo e sullo statalismo. Da una parte Orbán ha giocato su patria, fede e su tutto il corredo identitario. Dall’altra ha convinto una larga parte di opinione pubblica che nel corso della transizione l’eccesso di zelo liberista ha portato alla svendita del patrimonio economico nazionale e che la ricetta anticrisi dell’Ue e del Fmi, imperniata sull’austerity, andava contrastata. Come? Le tattiche messe in campo hanno dato vita a una politica economica “eterodossa”. Budapest ha rifiutato di rinegoziare il prestito ricevuto dal Fmi nel 2008 e ha innalzato le tasse sulle grandi compagnie straniere che controllano i comparti della grande distribuzione, dell’energia e del credito. Parallelamente, il governo ha portato avanti delle riacquisizioni strategiche nel settore dell’energia e manovrato con disinvoltura i tassi, portandoli al minimo storico.

(segue…)

Clicca qui per leggere l’articolo integrale su Europa Quotidiano: http://www.europaquotidiano.it/2014/01/14/il-paese-del-populismo-reale/

Di Matteo Tacconi, pubblicato su Europa Quotidiano.it il 14 gennaio 2014

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